SUNSHINE SU SUPERBASKET

10 Dec 2007

Granada – Lo speaker chiama in campo, uno a uno, tutti i giocatori e per ultimo c’è lui, il capitano, con il numero 55 Andrea “Sunshine” Pecile, e tra il pubblico granadino spuntano le magliette della “serenità”, il sorriso giallo e arancione che ha colorato parte della tifoseria granadina. E’ la conferma che al quarto anno nella cittadina andalusa Pecile è riuscito a imporre il suo modo di essere, prima ancora che il modo di giocare. Aspetto fondamentale, e tutt’altro che accessorio, se un po’ si conosce la personalità del triestino: “Sono contento di essere tornato qui, per tante ragioni. Gioco più di 30 minuti di media in una squadra di buon livello, sono il capitano e mi sento circondato da tanto affetto, c’è un progetto tecnico che parte da lontano. Ogni stagione si valuta la migliore opportunità e non nego che mi piacerebbe giocare competizioni come l’Eurolega o l’Uleb Cup ma per ora sono veramente felice di essere qui”. Sedotto e abbandonato da Siena un paio di stagioni fa, Pecile ha trascorso un’estate complicata e poi ha deciso di riprovare la carta spagnola. “Al Montepaschi quell’anno le cose andarono molto male ma la mia stagione non fu deludente, chiusi il campionato come secondo marcatore dietro Kaukenas nonostante partissi dietro Justin Hamilton. E il nucleo era lo stesso che l’anno scorso ha dominato stagione regolare e playoff, con Kaukenas, Stonerook ed Eze e in più un paio di americani azzeccati”. Chiusa (male) la stagione e ripudiato dal Montepaschi, Pec rimase di fatto senza squadra. “Mi sembrava incredibile che con la penuria di giocatori italiani e dopo aver disputato un Mondiale, ci fosse per me solo il tiepido interessamento di Roma e poco altro. A quel punto ho scelto Avellino, dopo aver parlato con Boniciolli, per ricominciare da capo e dimostrare ancora una volta di essere un buon giocatore. Non pensavo di andare via dopo pochi mesi ma quando mi è arrivata l’offerta di Valladolid (poi pareggiata da Granada, ndr) ho deciso di esercitare la clausola che fino a dicembre mi permetteva di uscire dal contratto. So che ad Avellino non l’hanno presa bene ma non mi sento un traditore, chiunque al posto mio si sarebbe comportato nello stesso modo”. Di nuovo la Spagna, quindi. “Mi voleva anche la Virtus Bologna, anche se poi Sabatini disse che non gli interessavano giocatori meshati, ma non avrei lasciato Avellino per rimanere in Italia. Dove prima o poi tornerò ma il problema è che per il momento la qualità complessiva della Serie A non è paragonabile a quella dell’ACB: fatico a individuare un club con un progetto a lunga scadenza, che non cambi allenatore e mezzo roster dopo qualche sconfitta. In Spagna invece giocare è un reale piacere, per me questo è un fattore determinante: i palazzetti sono sempre pieni e caldi, c’è rispetto per gli avversari e per gli arbitri, l’attenzione dei mass media è costante e competente. Invece di fare da back-up a un giocatore americano, a Granada faccio io l’americano. E mi confronto con un campionato migliore di quello italiano”. Il livello della competizione: è questo ora il discriminante nelle scelte professionali di Pecile, che a 27 anni sa di essere nel pieno della maturazione tecnica e atletica. La proposta di rinnovo da parte di Granada è già sul tavolo ma la speranza è di rimanere in Spagna, magari in un club più ambizioso. Più avanti, probabile invece una mossa alla Pozzecco. “Ha fatto benissimo, credo che se avesse scoperto prima il calore della gente del sud l’avrebbe provato anche prima, glielo ripeto da tempo. Si diverte un mondo, gioca tanto, accende la passione della gente: un po’ quello che succede a me a Granada, con la differenza che al Palazzo vengono ogni volta in settemila a vederci”.

Su quelle tribune la scorsa estate era seduto anche Andrea Pecile, per assistere alle partite degli Europei. La testa però era altrove, a qualche centinaio di chilometri da lì, e sognava una maglia azzurra. “Ho visto in televisione tutte le partite dell’Italia, molto amareggiato dal non esserci. Sono stato l’unico reduce dei Mondiali 2006 a non essere mai preso in considerazione da Recalcati”. Un occhio pesto, nella sostanza ma anche nella forma. “L’unica cosa che rimprovero a Charlie è di aver dichiarato alla stampa cose diverse da quelle che ha detto a me: non mi permetto di discutere le sue scelte, ci mancherebbe altro, ma perché motivare l’esclusione con il rispetto del mio passato azzurro? Avrei preferito una bocciatura palese, e ufficiale, per motivi puramente tecnici. Non sono mai andato a un raduno di preparazione sicuro di arrivare fino in fondo, sarebbe stato così anche quest’anno e avrei provato a guadagnarmi il posto lavorando forte in palestra. Le mie statistiche dell’anno scorso in ACB erano le migliori tra gli esterni che sono stati convocati, pensavo di meritare quantomeno una possibilità. Tutto qui”. La parentesi azzurra, comunque, è tutt’altro che chiusa. “Certo che no, a 22-23 anni mi sarei depresso o incazzato e invece la scorsa estate ho cercato di prendere l’aspetto buono della vicenda. Ho dato un paio di esami e mi sono fatto una lunga vacanza a Formentera. Dove però ho trovato il Pozz che mi ha raccontato cosa aveva provato lui quando Boscia lo aveva lasciato a casa…”.

Il tormentone ideato qualche anno fa da Pecile (Stai sereno… sempre…) e propagandato in ogni circostanza utile incoraggia alla tolleranza e alla pazienza ma c’è un modo per far vacillare la serenità del triestino: definirlo un playmaker di rottura, di quelli buoni solo per cambiare la partita. “Forse è una mia sensazione ma credo che in Italia mi si consideri ancora uno da buttare dentro per 10 minuti per rubare un pallone, lanciare un contropiede, per fare casino insomma. Credo che si tratti di ignoranza e niente altro: ho 27 anni, nelle ultime stagioni ho disputato un Europeo, un Mondiale, l’Eurolega, ho vinto la LEB spagnola, dall’anno scorso gioco 35 minuti di media in ACB, partendo in quintetto. In generale le etichette non mi piacciono, sanno di stantio, questa poi è anche scaduta da tempo. La scorsa estate al camp di Taormina Dan Peterson mi ha presentato dicendo “Pecile, lui grandissimo se entra a partita iniziata, spacca tutto, numero uno per cambiare ritmo”. L’ho massacrato per tutto il resto del camp”. A Granada, con Gianella che può stare in campo solo da playmaker, Pecile gioca stabilmente da guardia. “Cambia veramente poco per me, credo che a livello europeo i buoni giocatori debbano saper fare tutto. Ammiro in modo particolare Diamantidis e Papaloukas, ad esempio, gente che si fa sentire in difesa, a rimbalzo, che sa passare la palla ma se serve può segnare tranquillamente 20 punti. Cerco di giocare guardia con la testa di un playmaker, non è fondamentale che prenda 15 tiri uscendo dai blocchi perché ora sento la fiducia di chi da ma si aspetta altre cose, più utili per la squadra”. Una consapevolezza dei propri mezzi che ha conferito nuovi equilibri al gioco del triestino, anche se il rischio in questi casi è che a farne le spese sia la creatività. “Ho limato qualcosa nel mio gioco, sicuramente. Qualche anno fa tendevo a strafare e perdevo spesso il feeling con i compagni perché magari io per cinque minuti consecutivi provavo ad alzare il ritmo e il mio centro non mi stava dietro: le fiammate ci sono ancora ma sono calcolate e soprattutto è importante che negli altri minuti continuo a rimanere nel vivo del gioco. Se faccio due perse e un tiro che non c’entra niente so come rientrare in partita, mentre prima tendevo a peggiorare la situazione fino all’inevitabile rientro in panchina”. Non ama riguardarsi giocare (“Mi è passata la voglia dai tempi della Scavolini, quando Crespi al videotape mi trovava mille difetti in ogni azione”) ma quando è costretto, Pecile prova piacere nel trovarsi ”…uno che in campo sa quello che sta facendo, anche quando sbaglia. Uno che nonostante un look discutibile e stravagante è diventato un giocatore serio, che all’occorrenza sa giocare per il lungo o rallentare i ritmi”.

Non ci sono rimpianti nella carriera di Pecile, solo un punto interrogativo, una “Sliding Doors” che ogni tanto si insinua e prova a minarne la serenità. “Nell’ultimo anno di presidenza di Valter Scavolini a Pesaro rinunciarono a Booker, Blair, Tusek e Middleton: pensai di andare via anche io ma poi pensai alla futuribilità del progetto giovani e alla possibilità di fare il playmaker titolare in una squadra importante. Quella stagione poi si rivelò un disastro, ogni tanto mi chiedo che direzione avrebbe preso la mia carriera nel caso avessi deciso di cambiare aria, come invece sentivo di dover fare. Anche se continuo a ritenermi un privilegiato per come sono andate le cose”.

Nell’NBA Live edizione 2008 appena uscito nei negozi è presente anche la Nazionale italiana che ha partecipato ai Mondiali 2006, e quindi anche Andrea Pecile: “Mi sta facendo impazzire, quel gioco, ma sono oroglioso perché mi hanno costruito veramente forte e invece a parte la gara col Portorico in campo mi hanno visto poco in Giappone”. Ball-handling e tiro da fuori sono stati valutati con generosità, sotto media invece l’aggressività e l’elevazione, tanto che Pecile nel gioco non arriva a schiacciare. Poco male, l’importante è che il playmaker triestino non sia definito “elemento di rottura”. “Stai sereno …sempre…” diventerebbe a forte rischio.

 

 

Box1 la curiosità

Si arrabbia, Pecile, se qualcuno non lo prende troppo sul serio ma certo che quanto a stravaganza, Andrea non si fa mancare niente. Un sito internet (www.andreapecile.it) degno di un comico di Zelig, il tormentone “stai sereno …sempre…” fatto pronunciare a diversi personaggi della nostra pallacanestro e ripreso in tanti video su youtube.com. E poi la linea di abbigliamento griffata Sunshine prodotta in Italia da Massimo Piubello e una serie di attività parallele da far spavento e che a Granada si sono addirittura intensificate. Due stagioni fa organizzò una serie di cene a tema (western, pirata, basket vintage, rap, Halloween) coinvolgendo suo malgrado anche Picchio Abbio, quest’anno segue un corso di tango argentino e insegna a suonare la chitarra a un gruppo di compagni di squadra. Per non parlare del costume di Ralph SuperMaxiEroe (telefilm americano degli anni 80) con cui si è vestito per girare una clip. L’anno scorso il pubblico di Granada accolse il suo ritorno con lo striscione “Benvenuto alla tua casa” e della cittadina Andalusa Pecile è un beniamino, basti pensare che due mesi fa a una festa in costume ha trovato due ragazzi vestiti da… Pecile. Con la maglia ufficiale di Granada numero 55, la fascia nera in testa, una parrucca bionda, le gomitiere, i calzettoni lunghi e i polsini Sunshine. Per la cronaca, Andrea era mascherato da Jena Plissken, personaggio chiave del film “1997, fuga da New York”. Due anni fa Pecile segnò alla Grecia la tripla della vittoria nella finale dei Giochi del Mediterraneo, ad Almeria. Subito dopo dichiarò: “Per fare un canestro così ci vogliono i coglioni. E, sinceramente, chi è più coglione di me?”. Insomma, se in campo con Pecile ci si annoia raramente, fuori è veramente dura che succeda.

 

Box2 la squadra

A Granada Andrea Pecile c’era già stato una volta, all’inizio della stagione 2003/04 e per due campionati: nel primo la squadra rossoverde guadagnò la promozione in ACB, nel secondo ottenne una salvezza sofferta. Poi Andrea decise di tornare in Italia, attratto dalla prospettiva-Eurolega offertagli da Siena, ma dopo un anno e qualche mese passato ad Avellino il ritorno in Andalusia, passando per qualche ora a Valladolid. Che si era accordato con il giocatore ma non aveva considerato che Granada, pareggiando l’offerta, si sarebbe riportato a casa il playmaker triestino. La seconda esperienza andalusa del Pec è molto diversa dalla prima per tante ragioni: l’allenatore è lo stesso, Sergio Valdeomillos, ma l’organico è stato ripensato. Ora Pecile è capitano e leader di una squadra al terzo anno di fila in ACB, che non ha perso l’umiltà della matricola ma non nasconde ambizioni per un posto nei playoff e per uno degli otto che si giocheranno la Coppa del Re. Oltre al triestino, in quintetto partono Gianella (visto a Reggio Calabria), Scepanovic, Dylan Page (ala americana con buone mani e a un passo dal firmare per Milano) e il centrone statunitense Curtis Borchardt. Dalla panchina escono gli spagnoli Martin e Gutierrez (l’unico sopravvissuto del Granada di 4 anni fa), oltre a Samo Udrih. Pecile gioca 30-35 minuti di media e solitamente tutto il secondo tempo senza mai uscire: l’intesa con Gianella è ottima e così Sunshine si è adattato al ruolo di guardia, perché da play può giocare solo accanto a Udrih. L’inizio di stagione è stato eccellente, quattro vittorie nelle prime cinque uscite e una prestigiosa nel derby Andaluso con Malaga, ma poi la squadra di Valdeomillos ha rallentato, perdendo occasioni incredibili con Fuenlabrada e Barcellona in casa. “Due vittorie che ci avrebbero cambiato la vita – spiega Pecile – ma sono fiducioso perché abbiamo un buon atteggiamento e non molliamo, se andiamo sotto di 20 vogliamo perdere di 19”. Granada, insomma, è ora una realtà rispettata nell’ACB, un club con una disponibilità economica superiore a quella degli anni scorsi e impegnato in una crescita lenta ma costante. Lo standard organizzativo è in media con quello imposto dall’ACB ma merita un accenno: il pool di sponsor che accompagna la formazione rossoverde è imponente, presente alle partite interne con una serie interminabile di giochi promozionali rivolti al pubblico. Il settore giovanile è curato con attenzione e un’attenzione estrema è rivolta al capitolo media e più in generale alla promozione della squadra. Periodiche le visite alle scuole, al carcere di Granada, agli ospedali e due volte all’anno ai tifosi è concesso di seguire un allenamento (col coach che spiega al microfono gli esercizi…) e poi di confrontarsi in 3 contro 3 con gli stessi giocatori granadini. La media degli spettatori oscilla intorno ai 7000 spettatori e le partite interne sono una vera e propria festa: tantissimi bambini che scorrazzano per il parterre, la banda musicale in mezzo alla curva, neanche l’ombra di un poliziotto. E contro il Barcellona, uno degli avversari meno amati dal pubblico di Granada, il massimo della brutalità si è toccato col coro “Manos arriba, esto es en atraco” (mani in alto, questa è una rapina”), intonato alzando le mani ritmicamente in segno di protesta contro gli arbitri. Spettacolo.

 

Giancarlo Migliola

 

 

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