LA STORIA - Nessun traguardo impossibile nello sport

21 Apr 2006

Due medaglie olimpiche allenandosi a letto

Nel 1960 Jeff Farrel ruscì a qualificarsi per Roma ’60 sei giorni dopo un’operazione di appendicite, con 15 punti di sutura nella pancia. 

 

Luglio 1960 a Toledo (Ohaio), il porto sui grandi laghi. È là che il nuoto americano tra pochi giorni comporrà la squadra per l’Olimpiade di Roma. In quella squadra ci sarà posto solo per i più forti. Le regole dei trials sono spietate: si qualifica chi vince non si fanno sconti a nessuno.Lo sa anche Jeff Farrel, che ha in mente un unico obiettivo: riportare negli USA il titolo dei 100 metri stile libero strappandolo a John Deviti, il terribile velocista australiano. I trials saranno una formalità, nessuno può pensare di battere uno come lui, passato indenne per le vasche del circuito universitario. La forma è perfetta, gli ultimi test parlano di tempi che valgono il record del mondo. C’è solo un leggero dolore all’addome che lo infastidisce, ma non ci fa caso. L’importante è che le braccia si muovano con scioltezza, che le mani trovino una presa sicura in acqua. 

IN SALA OPERATORIA

Ma quella notte è piena di incubi, una stilettata improvvisa lo risveglia e si trova coperto di sudore e con quel dolore lancinante che non è un brutto sogno, ma una terribile realtà. Poi un susseguirsi di immagini e di voci, l’allenatore, il medico che da il verdetto. Quelle parole – appendicite, peritonite – che suonano come una condanna L’ambulanza, le luci abbaglianti della sala operatoria, il risveglio faticoso e sofferto, con la consapevolezza di una beffa atroce, orribile, che distrugge il sogno. Quella medaglia lucente, preziosa, che svanisce in un attimo per un’operazione banale.Con questo la storia di Jeff Farrel, più veloce e sfortunato centista d’America, potrebbe essere conclusa. Ma nello sport si incontrano tipi strani, che per un sogno possono sopportare dolore e paura, incolumità fisica e ogni altra barriera che delimita i confini di noi persone di buon senso. Vivono in mezzo a noi, uomini semplici che beatificano il quotidiano, ma hanno dentro il senso eroico della sfida estrema. Mancano sei giorni alla gara. Ha 14 punti che chiudono una larga ferita, è imbottito di antibiotici per vincere l’infezione, ma Jeff Farrel ha deciso: nuoterà. I medici si mettono a ridere, perché evidentemente è pazzo. Ma l’America è un Paese così libero da permettere anche a un pazzo di esserlo liberamente. 

LA PREPARAZIONE MENTALE

“Vuoi nuotare? Fai pure. Ma ricordati che ci sono partenze e virate, eliminatorie e finali. E agli avversari, i più forti del mondo dopo di te, dai un vantaggio di 14 punti, quelli che hai sulla pancia, e una settimana in ospedale a flebo e brodino, senza una sola bracciata in acqua? Se proprio insisti possiamo farti una bella fasciatura stretta che regga e non si rompa tutto. Prima, però, ci firmi una dichiarazione a futura memoria, casomai ci trovassimo a doverti ricucire sul bordo della piscina”.

Jeff firma ed inizia la sua preparazione, una preparazione mentale. Vasche su vasche, contraendo aritmicamente i muscoli nell’immobilità del suo letto. Così per cinque giorni, poi arriva il momento di salire sui blocchi.Supera le batterie, ma in finale al suo fianco trova Lance Lorsson, biondo primatista mondiale dei 100 delfino, e altri, troppi avversari, anche per uno capace di oltrepassare i limiti del dolore e della paura. La gara è incertissima fino alle ultime bracciate, ma Jeff tocca terzo e per le Olimpiadi i posti sono solo due.La legge dei trials non concede eccezioni, per lui resta il posto nella staffetta mista. Poi riesce a qualificarsi anche per la 4x200, un’altra sofferenza, un altro sforzo immane.

A Roma Jeff Farrel vincerà due medaglie d’oro nelle staffette; nonostante tutto, il suo sogno si avvererà almeno in parte.

La sua frazione è di oltre 1 secondo inferiore al tempo del vincitore dei 100. 

Di Gianni Gross

 

 

 

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